01.05.2013
Troppi disoccupati. La formazione può essere vincente, se ben scelta e di alta qualità

Tre milioni di disoccupati. Il 38,4% degli under 25 è senza lavoro. Questi gli ultimi dati Istat relativi a marzo. Per non parlare delle donne e degli over 50, altre vittime della disoccupazione. Che fare? E in particolare, come affrontare la tragedia giovanile? La formazione può essere un’arma utile, in prospettiva. La strada che dallo studio porta al lavoro è oggi un percorso di guerra irto di ostacoli. Studiare può ancora essere un ascensore che porta ai migliori posti di lavoro? E’ una domanda diffusa, ma numerose sono le risposte, spesso contrastanti e con effetti ottici deformanti. Secondo i principali work monitor internazionali il futuro del lavoro sarà polarizzato: una forte domanda di diplomati e laureati eccellenti e una significativa domanda di figure di basso profilo (lavori esecutivi). A soffrire di più saranno gli intermedi, generici e invecchiati nel tempo. Da qui la necessità di strategie formative diverse. Nelle fabbriche dei diplomati crescono i tecnici, e questo è un bene, che sul breve periodo vede più premiati i diplomati dei laureati. Se passiamo dal breve al medio e lungo termine i diplomati perdono la partita nei confronti dei laureati: sono meno occupati, fermi nelle progressioni di carriera, con stipendi più bassi. A dispetto poi di chi dice che in Italia ci sono troppi laureati e troppi disoccupati con laurea, le classifiche a tre-cinque anni dal titolo sono illuminanti. In attesa di nuove politiche di formazione, orientamento e lavoro, quali consigli dare, hic et nunc, ai giovani e alle famiglie, perché riducano i rischi e si orientino nella giungla delle informazioni? L’ultima ricerca Unioncamere rivela che un diplomato su due non è idoneo al lavoro e che un tecnico su quattro risulta introvabile. I titoli più ricercati dalle imprese ma di difficile reperibilità sono: il termoidraulico, i diplomati tecnici nell’abbigliamento e moda e gli elettrotecnici che, uniti a meccanici ed elettronici, compongono la richiesta di meccatronici difficili da trovare. L’Osservatorio nazionale dei cento distretti italiani, che raccolgono imprese piccole e medie che esportano e soffrono meno la crisi, rivela esplicitamente la carenza di profili professionali: i candidati inadeguati sono il 63%. La soluzione sta nell’offerta formativa post-diploma. Oggi sono quasi un centinaio gli Its (Istituti tecnici superiori): crearne di più e in modo non provvisorio ma strutturale permetterebbe l’adeguamento di molti diplomati grazie a un super-diploma sul modello vincente della Germania (Fachhochschule), un sistema di educazione terziaria professionale, con la partecipazione di imprese e territori. I settori vanno dalla mobilità sostenibile al green, dalle professioni digitali alle professioni tecniche di moda, design, calzature, alla meccanica e alle biotecnologie. Insomma, dopo il diploma, titolo minimo obbligatorio, che dovrà arrivare a quota 85% dei diciannovenni, non c’è solo l’università, ma anche altre opportunità di formazione professionale, diverse e sconosciute, che vengono erroneamente e ingiustamente assimilate ai corsi professionali delle regioni, vero buco nero e idrovore di fondi, nazionali ed europei, che dovranno essere innovati e meglio gestiti, se ci sta a cuore il futuro dei giovani. Il calo di immatricolazioni all’università è però un campanello d’allarme che deve fare riflettere. La diatriba va sciolta subito: non è vero, come ci raccontano i dati di Alma Laurea su oltre 400mila laureati, che ci sono troppi laureati. Oggi, solo il 30% dei diciannovenni si iscrive all’università. L’Italia è un technogical follower e non una protagonista, ma deve aumentare il proprio capitale umano, di conoscenze e competenze. L’elevazione della soglia educazionale del Paese richiede un aumento del numero sia dei diplomati che dei laureati. Tra gli occupati solo il 18% ha la laurea, contro il 30% della media Ue e l’obiettivo del 40% da raggiungere entro il 2020. Il problema non è se laurearsi, ma quali lauree scegliere. L’occupazione dei laureati vede premiati i corsi di laurea in medicina (comprese le lauree sanitarie, triennali e quinquennali, che creano specialisti in diversi campi, dalla logopedia alla dietologia, dalle scienze infermieristiche alle professioni riabilitative), in economia aziendale e statistica e nelle ingegnerie, che superano il 90% di occupazione. Il futuro sarà basato su eccellenze e competenze. E non solo sul lavoro dipendente, ma su quello autonomo e indipendente. Aiutiamo i giovani a costruirlo e a inventarlo.